Metropolis - Thea Von Harbou

Il più delle volte, quando faccio fatica a completare un romanzo, cerco di bilanciare le 'colpe' ammettendo di essere in un periodo stancante, di faticare a mantenere la concentrazione, di addormentarmi con niente. L'ho pensato anche in questo caso, vista la fatica che ho fatto per completare tutte e 127 le pagine di questo romanzo breve. Ma non è solo colpa mia. La prosa di Metropolis mi è sembrata teatrale, ripetitiva, ingessata e le vicende narrate non mi hanno aiutato sempre a voltare pagina per vedere cosa sarebbe successo dopo.

Di cosa si tratta.

Si tratta del romanzo del 1912 di Thea Von Harbou, moglie del regista Fritz Lang, il quale ne ha tratto l'omonimo film nel 1927. Il film è un classicone della fantascienza muta. Conosciuto da tutti anche se quasi nessuno lo avrà visto davvero. Io, almeno, non l'ho mai visto per intero, pur avendo ben presenti le solite scene che passano di tanto in tanto sugli schermi.

La storia percorre gli ultimi giorni della città di Metropolis, governata dalle macchine e con una divisione sociale molto netta: ricchi dediti allo svago e al lusso, poveri condannati alla pura sopravvivenza e a un lavoro alienante e logorante sulle macchine. Su questo sfondo si muovono i protagonisti in un conflitto simbolico tra classi sociali: l'industriale e il proletario, il ricco e il povero. Proprio questo simbolismo, mascherato a malapena, credo che sia l'aspetto più noioso del libro. Nel tentativo di racchiudere tutta una categoria in un personaggio, ecco che questo smette di comportarsi naturalmente e diventa una macchietta.

Quindi, da buttare? No, no. Ci sono alcuni capitoli ben scritti, molto toccanti. Faccio presente che, a dispetto del film, che a me è sempre parso (forse erroneamente) freddo e asettico, il romanzo si rivela una storia emozionale, viscerale, piena di mistero e con richiami religiosi. I protagonisti non vanno in giro a discutere del più e del meno ma si avvinghiano, si strappano i vestiti, sanguinano e spaccano teste. E alcuni personaggi, a differenza di quello che ho scritto poco sopra, sono degni di nota. Futura, la donna robot, è talmente inquietante da essere adatta a un horror. E Joh Fredersen, il villain di turno, al termine della vicenda si rivela un personaggio roso dai dubbi e dai rimorsi, complesso, enigmatico e alla fine, forse, il vero grande protagonista della storia.

Insomma, qualche perla la si trova, ma dovrete sbadigliare e faticare nel voltare pagina.

Son poche, però, le pagine. Si può fare.