Embassytown - China Miéville

Era da un po' di tempo che non affrontavo qualcosa di simile, cioè un romanzo che mi lasciasse una splendida sensazione di meraviglia ed esaltazione una volta finito.

Di cosa si tratta?

Sul remoto pianeta Arieka la razza aliena indigena, gli Ariekei, ospita diverse razze provenienti da altri mondi, tra cui una colonia di umani. Una caratteristica quasi unica di questi alieni, chiamati per rispetto Ospiti, è la loro Lingua (il maiuscolo è d'obbligo) che al contrario di ogni altro sistema di comunicazione dell'universo conosciuto non è basata su una rappresentazione della realtà, ma sulla realtà stessa. La Lingua è talmente particolare che un umano, pur comprendendola e parlandola, non è in grado di farsi capire. Per gli Ospiti si tratta solo di rumore. Solo gli Ambasciatori, coppie di umani cresciuti e modificati al solo scopo di poter parlare la Lingua, sono in grado di fungere da interpreti verso gli Ariekei.
Nella Lingua, inoltre, non è possibile esprimere concetti non veri o imprecisi. Lo stesso uso di concetti astratti è possibile solo in presenza di una metafora o una similitudine presente fisicamente sul posto, ovvero un essere che rappresenti alla lettera la figura retorica in questione. Avice Benner Cho, la protagonista e voce narrante è, fin da ragazzina, proprio una similitudine. È tornata al suo pianeta natale dopo tanti anni di viaggio nell'immer, e si chiede se quel piccolo mondo abbia ancora qualcosa da offrirle. Dovrà necessariamente affrontare la questione quando l'arrivo di un nuovo Ambasciatore, EzRa, porterà con sé gli effetti di un intrigo politico di scala interplanetaria e una catastrofe che rischierà di devastare completamente Arieka.

Un romanzo di fantascienza di alto livello deve, a mio parere, contenere quel qualcosa che ti fa ragionare, che ti mette in moto i neuroni e le sinapsi. Non bastano gli alieni, non bastano le astronavi e i robot. Senza il 'what if' non credo si tratti di grande fantascienza.
In questo romanzo, di ragionamento, ce n'è in abbondanza. Grazie alla straordinaria fantasia dell'autore nell'inventare la Lingua e nello sviluppare tutte le conseguenze legate a questo sistema di comunicazione, oltre ai ragionamenti sul concetto di realtà, bugia, metafora, credo che rimarrò a ragionarci sopra ancora per mesi. E sicuramente metterò la Lingua sullo Scaffale insieme alla Forza, alla Spezia, all'Enciclopedia, alla Guida.

Un capolavoro? Beh. Lo stile dell'autore mi ha ricordato a tratti Bradbury per come riesce a focalizzarsi, in mezzo a mezzi volanti e alieni, sui giochi in strada dei ragazzini, sugli steccati e le crepe sul muro. Difficile non immaginarsi questa Embassytown al tramonto, con la gente affaccendata e i vicoli un po' sporchi.

Però no, non è un capolavoro. Quasi. La prima parte deve introdurre un mondo complesso e lo fa attraverso una serie di ricordi recenti e remoti che sono piacevoli da leggere ma a tratti spaesanti, almeno finché non si mettono insieme tutte le tessere del puzzle. Purtroppo però, proprio quando il mondo è costruito, la sezione centrale si porta avanti in modo ripetitivo, lento e quasi stanco. Ci si dispera non tanto per la situazione dei protagonisti quanto per l'attesa che succeda qualcosa. Per fortuna qualcosa poi succede e il finale è colossale, bello, tanto grandioso quanto sofferto.

Adesso vado a spulciare Amazon, cerco China Miéville, e mi scelgo un altro bel libro di questo bravo e originale autore. Magari 'La città e la città'...